L’allevamento dei bachi da seta e la produzione della stessa furono attività trainanti dell’economia trentina per un lungo periodo, all’incirca fino agli inizi della seconda guerra mondiale.

Probabilmente su spinta della Repubblica di Venezia, ebbe inizio nel XVI secolo d.C. in Val Lagarina la produzione di seta su larga scala. Rovereto divenne intorno al 1797 la principale città produttrice.

Sull’Altopiano della Vigolana nel 1852 i baroni Trentini aprirono una filanda a Vigolo, la quale inizialmente contava 60 caldaie per la bollitura dei bozzoli, che raggiunsero quota 150 prima della chiusura nel 1914.

La presa in carico dei bachi da seta occupava tutti i membri di una famiglia. Le uova del baco “Giallo oro Giapponese” venivano acquistate a once, un’oncia corrisponde a 28,35g, ovvero a 0,03 kg. Da un’ oncia potevano essere ricavarti 100 kg di bozzoli, ma in genere se ne ottenevano leggermente meno, circa 85kg.

Le uova venivano incubate per qualche settimana e dato che necessitavano di una temperatura elevata e costante, venivano poste tra il piumino e il pagliericcio del letto, che da quel momento non veniva più rifatto per non disturbare i futuri bachi. Schiuse le uova, le larve dovevano essere tenute in un luogo caldo, arieggiato, asciutto e pieno di cibo, in particolare foglie di gelso bianco che dovevano essere assolutamente ben asciutte perché quelle umide o bagnate ne causavano la morte. Le larve venivano poste su delle assi e cosparse di foglie di gelso sminuzzate, procedura che veniva fatta cinque o sei volte al giorno, e venivano costantemente ripulite dagli escrementi. Mano a mano che le larve compivano le mute, venivano spostate su assi di maggiori dimensioni, perché essendo più grandi necessitavano di più spazio, e la temperatura della stanza doveva essere sempre attorno ai 20°C, quindi controllata più volte al giorno per aggiungere braci incandescenti nei bracieri se risultava abbassata. Il lavoro consisteva quindi non solo nella “manutenzione” delle larve, che richiedevano una cura costante, ma anche nella raccolta delle foglie di gelso, della legna per mantenere il luogo caldo, di arbusti di ginepro per disinfettare la stanza, e tralicci di vite per permettere alla larva, una volta compiuta l’ultima muta, di attaccarvisi e secernere il bozzolo.

Dopo circa due settimane dalla creazione del bozzolo venivano divisi i bozzoli incompleti o guasti, da quelli che potevano essere venduti. I bozzoli sani venivano portati in un luogo stabilito per la pesata, da cui dipendeva il guadagno del lavoro fatto fino a quel momento, mentre quelli invendibili venivano fatti filare e il filo ottenuto utilizzato per fare calze, coperte o altre stoffe. Nei periodi più floridi il prezzo arrivò a trentadue lire al chilo, per poi scendere a una lira e novanta centesimi attorno agli ’30 del secolo scorso, determinando la fine della bachicoltura.


Bibliografia:

  • materiale dato dalla Biblioteca di Vigolo Vattaro
  • Borzaga G., Il mondo della seta/nelle case contadine, Come vivevamo noi trentini. arti grafiche R. Manfrini editore S. p. A, 1996
  • Corni G., Franceschini I, Nel tempo e fra la gente di Bosentino e Migazzone. Tipografia temi, 2010